Fast Food Nation
Regia: Richard Linklater
Con: Greg Kinnear, Catalina Sandino Moreno, Ethan Hawke, Patricia Arquette, Jason McDonald, Avril Lavigne, Luis Guzmán, Bruce Willis, Kris Kristofferson, Paul Dano, Wilmer Valderrama
Distribuzione: DNC

Il noto adagio “Dimmi che cosa mangi e ti dirò chi sei” (Brillat-Savarin) fotografa alla perfezione il senso di Fast Food Nation, affresco americano di sconfortante, se non addirittura inquietante, attualità per via delle conseguenze che la “globalizzazione alimentare” sta provocando in tutto il mondo, Italia compresa. Un altro arguto aforisma del comico Paolo Rossi risulta, in tal senso, emblematico: “Ho visto gente di Parigi visitare il Louvre e poi andare a mangiare da Mac Donald. Ho visto gente di Londra visitare il British Museum e poi andare a mangiare da Mac Donald. Ho visto gente di Milano visitare Mac Donald e poi non sapere dove andare a mangiare.”

Accantonando le numerose citazioni sull'argomento, quest'ottimo film corale - tratto dall'omonimo bestseller di Eric Schlosser - presentato a Cannes 2006 e inspiegabilmente penalizzato in Italia dall'uscita in piena estate, non solo riporta sotto i riflettori il problema della contaminazione del “cibo di massa”, ma si propone come una delle opere più significative di questi ultimi anni nell'ambito del cinema di denuncia, e di quel filone politico che annovera documentari di grande risonanza mondiale e di buon successo commerciale come Bowling a Columbine e Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, Una scomoda verità, prodotto dal senatore Al Gore e, per rimanere nell'ambito del junk food, Supersize me di Morgan Spurlock.

Ma se quest'ultimo sottolineava specialmente gli aspetti sanitari (obesità, problemi cardiologici e gastroenterologici) culturali e sociali legati alla grande abbuffata di hamburger negli USA, Fast Food Nation affonda ancor più il coltello nella piaga tirando in ballo l'intera filiera produttiva della carne bovina, a partire dall'allevamento del bestiame fino alla macellazione, dal confezionamento delle polpette alla cottura, dalla fraudolenta promozione del prodotto alla scarsa serietà dei controlli sanitari.

Inoltre, quest'interessantissimo dossier in forma di intrattenimento - non mancano divertenti spunti di commedia - possiede pure il pregio di sollevare la drammatica questione dell'immigrazione clandestina, nella fattispecie di manodopera messicana impiegata soprattutto nella UMP, la grande fabbrica di Cody, fittizia cittadina del Colorado, dove è appena giunto Don Anderson (Greg Kinnear) il direttore marketing della “Mickey's”, un'importante catena di fast food, per indagare sulle condizioni igieniche nell'industria che produce i “Big One”, gli appetitosi (?) panini che fanno la fortuna della sua impresa.

Un'analisi compiuta da un laboratorio indipendente avrebbe infatti accertato la presenza di letame nella carne macinata e se l'allarme fosse confermato ufficialmente rischierebbe di causare gravi perdite economiche e d'immagine alla ricca compagnia. L'indagine di Anderson (“regola n°1: non uccidere il cliente”) per accertare le gravi responsabilità prevede la visita al mattatoio e al locale ristorante Mickey's, il confronto con Rudy Martin (Kris Kristofferson), un vecchio allevatore che tenta di resistere all'avanzata del cemento e soprattutto con lo spregiudicato intermediario Harry Rydell (un convincente Bruce Willis), il quale giustifica quegli inconvenienti con la velocità dei ritmi produttivi ricordando “che tutti dobbiamo mangiare merda ogni tanto”, e che poi “basta cuocere bene la carne…”

Se questo viaggio all'interno della provincia americana oscilla tra la serietà documentale e l'arguta ironia dei dialoghi, il sottotesto più rilevante di cui è protagonista la bravissima Catalina Sandino Moreno (Sylvia) concernente le condizioni sociali ed esistenziali degli immigrati utilizzati al mattatoio-lager come forza-lavoro sottopagata e quasi del tutto priva dei normali diritti degli operai a causa della condizione di clandestinità, racconta in parallelo una storia di dolorosa emigrazione, di umiliazione e di sfruttamento fisico e morale.

È fin troppo evidente l'analogia tra la carne del bestiame martoriata durante la macellazione, impietosamente mostrata nelle scene finali del film come una sorta di epilogo nel segno dell'orrore, e la carne umana violata o straziata dalla bestialità dei sistemi delle grandi aziende massificate e
inconoscibili; inafferrabili anche a un gruppetto di adolescenti americani che decide di ribellarsi alla politica di queste multinazionali, adoperandosi in alcune vacue azioni di propaganda e sabotaggio…

Retto da un cast straordinario (Willis e Kristofferson, Ethan Hawke e Patricia Arquette, Greg Kinnear e perfino la cantante Avril Lavigne al debutto cinematografico), attirato da un progetto di rilevante impegno civile, e dalla direzione appassionata del texano Richard Linklater, regista in bilico tra successi commerciali (Prima dell'alba, School of Rock) e interessanti sperimentazioni animate (Waking life, A scanner darkly), Fast Food Nation è un'opera di stampo giornalistico, magari imperfetta, perché - ironia delle parole - finisce per “mettere troppa carne al fuoco”.

Tuttavia, la durezza delle immagini basta a formulare l'ennesimo atto di accusa contro l'amministrazione Bush e contro i profitti delle corporation, contro le leggi sull'immigrazione e contro il consumismo, contro la distruzione delle aree boschive e contro lo sfruttamento dei lavoratori: l'ennesimo quadro di un'America disgregata che continua a regalare sogni. Ma solamente di celluloide. Andate subito a vederlo, rischierete finalmente di diventare vegetariani.

CLAUDIO LUGI